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QUADRILATERO

Riqualificazione di ex carceri, cultura in prigione arte e teatro.

Marco Rabino

Ex carcere di Busto Arsizio


Busto Arsizio, Lombardia, Italia

2016 | 18 giugno

Il progetto di dare forma ad una nuova categoria culturale che formalizzi tutto il sapere circa il mondo della detenzione nasce nel 2009 in seguito ad una proposta da me fatta all’allora direttore della Casa Circondariale di Torino, dottor Pietro Buffa. L’idea era quella, non nuova in realtà, di organizzare un evento artistico culturale di tipo Dentro/Fuori al fine di creare un ponte tra la realtà del carcere e quella del tessuto cittadino libero. Per interpretare al meglio questo intento si scelse di chiedere alla popolazione detenuta un testo riguardante un modello alternativo di trattamento della pena. Agli artisti liberi, appartenenti a più di trenta associazioni italiane, venne proposto di ispirarsi ai testi prodotti dalle persone detenute.

Il progetto, inaspettatamente, incontrò molto interesse, soprattutto da parte di persone che per la prima volta venivano a conoscenza del mondo della detenzione direttamente, al di la dello stereotipo cinematografico o narrativo. Nel 2012 l’evento prese forma concreta e per un mese, a Torino, si alternarono mostre fotografiche, pittoriche, teatrali e un convegno finale che videro la partecipazione diretta di più di 200 tra artisti, operatori culturali e penitenziari. La risposta della cittadinanza fu oltre ogni aspettativa. Nella sola serata di inaugurazione furono circa 600 i partecipanti spontanei al momento introduttivo. Sottolineo spontanei perché, visto il tipo di operazione a basso impegno di costi la promozione dell’evento avvenne tramite passaparola su rete e social network.

Chiusa l’esperienza, replicata in tono minore nei due anni successivi, rimane la convinzione che l’opinione pubblica, se sollecitata in modo corretto, è molto sensibile al tema della detenzione. Nasce così il progetto DETENZIONI, un portale interamente dedicato alla rappresentazione del carcere e della realtà della detenzione attraverso il cinema, la letteratura, la fotografia, l'arte e altre realtà culturali che hanno rappresentato e raccontato l'universo della prigione in Italia e nel mondo.

Per rendere immediato questo intento è stato utilizzato il termine PRISON CULTURE traducibile, in italiano, come cultura della detenzione. La definizione è stata scelta come estensione di quella statunitense PRISON MOVIE che, prima storicamente, ha riconosciuto e definito un genere cinematografico dedicato al mondo della prigione. La PRISON CULTURE è un ambito culturale, nuovo e ancora in via di ufficializzazione, che comprende tutte le produzioni culturali che raccontano e rappresentano la detenzione di ogni epoca e nazionalità. Vi rientrano anche le molte attività ed iniziative, spesso frammentarie e non in comunicazione fra loro, che nelle carceri offrono esperienze teatrali, di lettura, scrittura creativa, arte, cinema, quelle sportive e quelle legate alla realtà di produzioni, spesso, di alta qualità che in Italia, oltre alla componente imprenditoriale, possiedono una filosofia di fondo a forte vocazione socio-culturale.

Contemporaneamente alla ricerca e mappatura delle esperienze culturali che vengono realizzate nelle carceri italiane, ho potuto conoscere ed apprezzare molti operatori che lavorano quotidianamente nel mondo della detenzione. Docenti universitari, registi teatrali, intellettuali, artisti, membri di associazioni e volontari, oltre, naturalmente, a direttori e funzionari del DAP che hanno sempre condiviso con me gli entusiasmi di questa apertura culturale verso l’opinione pubblica.

Non da meno fu l’interesse della popolazione detenuta che, a partire dall’evento del 2012, comprese immediatamente la potenzialità di far parte di un progetto di apertura verso il mondo libero. Progetti di Dentro/Fuori sono attualmente molto diffusi sul territorio italiano. Mostre in città di opere create dai detenuti, esposizioni e vendite di prodotti realizzati in carcere.

Ogni anno più istituti scolastici portano i loro studenti all’interno delle carceri per confronti e discussioni con la popolazione detenuta e operatori penitenziari. Compagnie teatrali interne propongono i loro spettacoli nei teatri cittadini e aprono i teatri penitenziari alla cittadinanza. Dal punto di vista privilegiato del mio osservatorio mediatico mi accorgo di quanto si stia diffondendo l’idea del riciclo virtuoso delle esistenze compromesse dalla detenzione. Considerare l’esperienza detentiva come una risorsa e non come un fallimento sociale ed umano è un passo avanti verso una migliore e più funzionale filosofia del trattamento della pena con una ricaduta positiva verso il mondo della formazione scolastica.

Parallelamente a questa riqualificazione umana devo segnalare, in Italia e nel mondo, un processo virtuoso di ridestinazione funzionale di edifici ospitanti istituti penitenziari chiusi o dislocati in nuove sedi. Proprio in questi giorni vengono diffuse indiscrezioni riguardanti la chiusura di tre Istituti importanti in Italia, San Vittore a Milano, Regina Coeli a Roma e Poggioreale a Napoli. Tutti istituti di nobili paternità architettoniche e di rilevanza storico documentaria. Quale sarà il loro destino? Nel mondo le esperienze di riqualificazione sono varie e la tipologia dipende dalle scelte amministrative e, talvolta, dal soggetto privato che decide di investire nell’impresa.

Il soggetto pubblico opta, spesso, per riqualificazioni di tipo culturale e formativo destinando gli ambienti al pubblico giovanile o a mostre ed eventi. Vi sono esempi di musei, non necessariamente di argomento detentivo, centri espositivi, biblioteche, ostelli e centri formativi, come l’Ostello Celica, Ljubljana, Slovenia, il Parco Culturale di Valparaiso in Cile e il Laurel Hill a Lorton in Virginia. Il soggetto privato coglie la possibilità di profitto, generalmente, nella trasformazione degli spazi detentivi in spazi di ospitalità turistica, sfruttando la storia dell’edificio penitenziario e le sue caratteristiche architettoniche. Ne sono esempi il lussuoso The Liberty Hotel allestito nell’ex penitenziario di Boston, il Lloyd Hotel di Amsterdam, il Best Western Premier Hotel Katajanokka a Helsinki. Nel caso pubblico, come nel caso privato, nella trasformazione di un edificio penitenziario ad uso cittadino gioca a favore la memoria di quello che è stato.

La parola “prigione” evoca, in ognuno di noi esperienze di forte drammaticità, mediatiche, culturali o personali. Consideriamo che il tempo di attesa per visitare il penitenziario di Alcatraz, chiuso nel 1963, situato sull’isola di fronte a San Francisco è superiore a quello necessario per prenotare una visita al museo degli Uffizi di Firenze. Lasciando alla capacità del soggetto privato la possibilità di riqualificare con successo un edificio penitenziario, mi sento di indicare al gestore pubblico una diffusa criticità nel caso di una operazione di rinnovamento. In molti casi, in Italia, è stato possibile mettere insieme le risorse economiche per affrontare gli interventi architettonici e riportare l’edificio ad una veste estetica e una funzionale ottimali.

Diverso è l’impegno, più complesso e connesso alla specificità del territorio, nell’avviare e mantenere la gestione degli ambienti e delle strutture, creare una comunità che faccia vivere lo spazio, lo renda vitale e lo trasformi in una ulteriore possibilità di arricchimento dello spirito di cittadinanza attiva e consapevole dei suoi cittadini. Grazie e tutti Marco Rabino

Busto Arsizio 18 giugno 2016 “Prison Culture”: esperienze materiali e immateriali di riutilizzo virtuoso Relatore: Marco Rabino